Ecomic — restauro digitale dei manoscritti con AI
Biblioteca Nazionale Centrale di Roma
Web · Pubblica Amministrazione
2026
Direzione creativa, design e sviluppo front-end

Ecomic è un ecosistema digitale pensato per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio librario: un catalogo di manoscritti storici digitalizzati, colorizzati con intelligenza artificiale e validati dal lavoro dei paleografi.
Ho seguito il progetto dalla direzione creativa allo sviluppo front-end, passando per UX/UI design e prototipo navigabile, in collaborazione con ALTAIR4 MEDIA SRL, per la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma — Ministero della Cultura.
Il progetto
Il cuore di Ecomic è il restauro assistito: algoritmi che ricostruiscono i colori originali dei codici con pigmenti storicamente coerenti, affiancati da una verifica scientifica che valida ogni risultato secondo protocollo. Attorno a questo nucleo ruotano il catalogo pubblico, le collezioni tematiche, la ricerca avanzata e un’area riservata agli operatori delle biblioteche.
La catalogazione segue gli standard ministeriali ICCD, e la piattaforma è pensata per integrarsi con l’ecosistema digitale del patrimonio culturale già esistente.
La sfida
Un progetto per la PA in ambito culturale deve tenere insieme due pubblici molto diversi.
Da una parte il cittadino, lo studente, il ricercatore: arriva per curiosità o per studio e ha bisogno di trovare, sfogliare e capire senza conoscere il gergo archivistico. Dall’altra l’operatore di biblioteca, che lavora sulla piattaforma tutti i giorni e ha bisogno di strumenti densi, di metadati completi e di flussi di validazione rigorosi.
A questo si aggiunge una tensione tipica del settore: la tecnologia — l’AI — è il tratto distintivo del progetto, ma non deve mai far dubitare del rigore filologico del risultato. Se l’interfaccia sembra un giocattolo, la comunità scientifica non si fida.
L’approccio
Ho impostato l’interfaccia su un tono istituzionale ma contemporaneo: tipografia ampia e leggibile, gerarchie nette, molto respiro attorno ai contenuti, e un accento cromatico usato con parsimonia per segnalare solo ciò che è stato elaborato dall’AI.
Le scelte principali:
- Il manoscritto al centro. Le schede di catalogo mettono in primo piano l’immagine e i dati che contano davvero — biblioteca di conservazione, secolo, area geografica, stato di avanzamento della colorizzazione — invece di annegare tutto in una tabella.
- Trasparenza sull’AI. Ogni contenuto elaborato è etichettato in modo esplicito, con l’indicazione della validazione scientifica: l’utente sa sempre cosa sta guardando.
- Due porte d’ingresso. Consultazione pubblica e area operatori convivono nella stessa architettura, senza che la complessità del backoffice ricada sul visitatore occasionale.
- Ricerca in evidenza. La barra di ricerca è il primo elemento dopo il messaggio d’apertura: su un catalogo di migliaia di pezzi, è il vero punto d’ingresso.
L’area operatori
Dietro il catalogo pubblico c’è la parte in cui si lavora davvero. La dashboard operatore raccoglie i progetti di restauro in corso con il loro stato e l’avanzamento pagina per pagina, le validazioni in attesa e le incongruenze segnalate dall’AI.
Da lì si raggiungono il workspace di colorizzazione — con la libreria dei pigmenti storici, gli strumenti di editing e il confronto prima/dopo —, il centro di validazione e l’audit log, che registra ogni operazione per trasparenza scientifica e conformità GDPR.
Questa parte l’ho progettata con criteri opposti a quelli del fronte pubblico: densità di informazione alta, stati leggibili a colpo d’occhio — in elaborazione, in revisione, completato — e nessun elemento decorativo che rubi spazio ai dati.
Il flusso di lavoro
Il percorso di un manoscritto attraversa tre momenti, e l’interfaccia li rende espliciti: acquisizione dei metadati e degli asset digitali, elaborazione AI della colorizzazione, validazione rispetto ai vincoli filologici e alla Ground Truth paleografica.
È un flusso human-in-the-loop: l’algoritmo propone, l’operatore corregge, e il risultato viene certificato solo dopo il controllo umano. Ogni schermata è costruita perché sia sempre evidente a che punto è il manoscritto e chi ha fatto cosa — che in un archivio pubblico non è un dettaglio, è il requisito.
Il risultato
Una piattaforma con un’identità digitale coerente, oggi in uso: il catalogo è consultabile dal pubblico, gli operatori delle biblioteche lavorano sulla stessa base nell’area riservata, e il ruolo dell’intelligenza artificiale resta dichiarato in modo trasparente su ogni contenuto elaborato.
Un progetto che tiene insieme le due cose che in ambito culturale raramente convivono: un’interfaccia contemporanea e il rigore che la comunità scientifica pretende.






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